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Covid, quo vadis? Il ballo dei duellanti, il potere, la morte e altre sciocchezze…

                                                                                                      

             La situazione che stiamo attraversando da un mese in Italia (e non solo) è davvero senza precedenti.

             Si propongono paragoni con gli eventi bellici, ma invano.

             In effetti, solo di primo acchito, essi ritornano alla mente, ma, un attimo dopo averli riportati alla memoria, si rivelano poco pertinenti per comprendere le implicazioni del momento.

              Il dramma che ci occupa, in realtà, ci ha colti impreparati, e ci ha tanto permeato, quasi come un subitaneo raggio luminoso che fende una densa folla, da portare alla luce fragilità che neanche cinematograficamente avevamo considerato potessero emergere in così tale portata.

             In casi simili, ci si aspetta che la causa, per i ricorsi storici, sia la guerra, dove tutto viene d’un tratto sconvolto dalla hybris umana, da aerei che sfrecciano nei cieli alla velocità del suono, elicotteri in perlustrazione, carrarmati che rullano l’asfalto, sirene spiegate, da colpi d’arma da fuoco e assordanti esplosioni, da corpi sventrati e fiotti di sangue, urla, pianti, e dalle immancabili cartoline che intimando la immediata chiamata alle armi squadernavano abitudini e sicurezze.

             Sennonché, oggi, la causa non è nulla di quanto anzidetto. Nessun aereo che sfreccia nel cielo, anzi ammiriamo cieli azzurri e tersi; nessun carrarmato che rulla sull’asfalto, anzi beneficiamo di strade vuote dove fanno eco i preziosi versi della natura; niente colpi d’arma da fuoco, esplosioni assordanti, corpi sventrati e fiotti di sangue, anzi godiamo del silenzio, con il corpo a riposo sul divano protetto dal calore dell’οκος; nessuna chiamata alle armi, anzi riceviamo stentorei inviti a restare a casa, a leggere un bel libro e a vedere la TV; e, segnatamente, nessuna hybris umana – all’apparenza.

           Ma allora, cosa è accaduto, e cos’è che ha determinato questo planetario sconvolgimento?

             Un pipistrello.

             Ebbene sì: la causa (l’incipit del nesso eziologico) sembrerebbe allignare in un pipistrello, di quelli che ogni tanto vediamo all’imbrunire della sera, o in qualche soffitta disabitata.

             Per una volta, non è la farfalla che batte le ali ad est generando l’uragano ad ovest, ma il battito d’ali del pipistrello che fa tremare il globo.

             Spieghiamolo un tantino meglio (e fuor di metafora) con le parole dell’Istituto Superiore della Sanità.

             «Il nuovo coronavirus 2019-nCoV, che l’OMS ha deciso di chiamare SARS-CoV2, isolato nell’uomo per la prima volta alla fine del 2019, dalle analisi genetiche e dai confronti con le sequenze di altri coronavirus da diverse specie animali sembra essere originato da pipistrelli. In particolare, due coronavirus dei pipistrelli condividono l’88% della sequenza genetica con quella del SARS-CoV2 (rispetto ad altri due coronavirus noti per infettare le persone – SARS e MERS – SARS-CoV2 condivide suppergiù il 79% della sua sequenza genetica con SARS e il 50% con MERS). Come per SARS-CoV e MERS-CoV, si ipotizza, tuttavia, che la trasmissione non sia avvenuta direttamente da pipistrelli all’uomo, ma che vi sia un altro animale (l’ospite intermedio) ancora da identificare che ha agito come una specie di trampolino di lancio per trasmettere il virus all’uomo. Si è ipotizzato che il richiamato ruolo lo abbiano avuto alcune specie di serpenti, con frequenza venduti nei mercati di animali vivi, ma lo studio scientifico che ha proposto l’ipotesi ha utilizzato un metodo indiretto per dimostrarla, non comparando isolati virus dai serpenti, dai pipistrelli e dall’uomo, ed alcuni esperti hanno criticato lo studio, affermando che non è chiaro se i coronavirus possono infettare i serpenti. Una ricerca che ha indicato il pangolino come probabile serbatoio per il SARS-CoV2 è in attesa di conferme. Peraltro, l’ISS, attraverso la partecipazione al consorzio europeo MOOD (MOnitoring Outbreak events for Disease surveillance in a data science context), finanziato dalla Commissione Ue nell’ambito del programma H2020, è coinvolto nella raccolta di informazioni a livello internazionale sugli aspetti ecologici e il coinvolgimento degli animali».

             Di là da come le cose stiano in teoria, è oramai certa la insidiosità pratica del virus al punto che le autorità di ciascun Paese, a livello planetario, stanno adottando tutte le misure precauzionali per contenere i possibili esiti esiziali certificati in taluni reports, e in taluni studi, la cui veridicità, ove confermata, sarebbe a dir poco allarmante per la crescita esponenziale che il nemico epidemiologico è suscettibile di determinare presso intere popolazioni.

             Tradotta in numeri, la riflessione quota ben più di 400.000 contagi nel mondo, con oltre 20.000 decessi accertati con o per (poco importa, anche se la conta alla fine cambia!) il c.d. Covid19. Tali numeri ,naturalmente , saranno destinati a crescere.

             Ma non è tutto.

             Le previsioni più serie (figuriamoci quelle che lo sono meno) propalano l’ipotesi della contagiosità per il 50/60% della popolazione europea, per cui, stando almeno all’Italia, potrebbe voler dire che più o meno 20/30 milioni di italiani potrebbero essere contagiati, pertanto, giusta i clusters diffusi negli ultimi giorni, potrebbe ancora significare un follow up del 3-5% di decessi possibili, vale a dire una previsione di decessi, che, vuoto per pieno, potrebbe aggirarsi intorno a cifre che vanno dai 500.000 morti in su, ad esser buoni.

             Orbene, in uno scenario in via di sviluppo, e di oggettiva provvisorietà, i numeri nondimeno parlano, anzi gridano, e non c’è da stare sereni per nulla.

             Ne abbiamo (con ritardo) preso atto, perciò numera et impera.

             D’altronde, come spesso accade in circostanze siffatte, non sono mancate le critiche di quanti hanno voluto evidenziare che le misure drastiche assunte dal governo italiano si sarebbero dovute assumere molto prima, senza indugi di sorta e senza tentennamenti dilettantistici, in considerazione del fatto, che, in Italia, il Covid19 ci ha assaliti a distanza di non proprio poco tempo dal momento in cui si era già presentato nella città di Wuhan, probabile focolaio.

             In verità, non pochi sono stati i sostenitori della immediata chiusura e della tempestiva quarantena della intera nazione sin dalle prime avvisaglie lombardo-venete, come non del tutto isolate sono stati gli inviti ad imitare la Cina nell’opera di intervento, e di attacco al virus.

             Sennonché, la verità di qualche ritardo, e di qualche pur ingiustificabile indecisione, è da rintracciare non tanto nel fatto che l’Italia non è la Cina, quanto piuttosto nella circostanza che gli italiani non sono i cinesi.            

             Tradizioni e culture opposte, ci pare ovvio, non vengono certo a collimare per un evento che interessa le varie popolazioni – quantunque tragico esso sia.

             Beninteso, non si fa questione di regimi politici che sono con ogni evidenza dirimenti; ma si fa altresì ragione di un approccio alla vita, in senso ampio intesa, che trova dietro migliaia di anni di storia le inestirpabili radici di quei formanti e crittotipi, e, pertanto, di quei nomoi identitari che all’occorrenza mostrano bensì similitudini, ma nella distinzione.

             Leggiamo, a suggello della proposta linea interpretativa, l’eloquenza di François Jullien quando dice: «Osservate il traffico, il semplice traffico. Nelle città europee esso è regolato con schemi ben precisi. Ci si ferma con il rosso e si passa col verde. Ma chi ha visto una megalopoli dell’Estremo Oriente sa che esiste tutt’altra arte di gestire il flusso. Nella massa enorme di veicoli, nessuno si ferma, ognuno passa e lascia passare; ognuno evita l’altro, ma senza deviare; ognuno cede e insieme avanza. In ogni istante, insomma, i possibili si ridistribuiscono, e ciascuno, senza urto, segue il suo cammino».

             Da codeste immaginifiche parole del sinologo francese, noi non possiamo non trarre la palese conclusione che esistono elementi originari di caratterizzazione degli spazi geografici, e non possiamo non trarne le dovute conseguenze per capire che l’Italia non può, né avrebbe potuto, gestire il problema alla stessa stregua in cui lo ha gestito la Cina perché lì se crolla un tetto, vedono la luna; qui se crolla un tetto, vediamo le macerie.

             Sicché, da tale peculiare punto di vista, non si può ritenere responsabile il governo di esser intervenuto in progress, a dispetto di quanti lo hanno da subito persino accusato di assentire, senza particolari motivi, allo stato di eccezione.

             E in tal modo, purtroppo, che ad un problema grave e serio, si sono affiancate secondarie diatribe che anziché essere con prontezza eluse in nome di una necessitata unità di intenti, hanno, per converso, assunto il timbro polemico di una postura epistemica di cui l’infodemia è solo il più nobile dei suoi precipitati.

             Comunque, al netto dei disagi, dobbiamo, per il nostro bene, e per la gravità della situazione, fare un passo avanti, condividendo, sia pur in modo apodittico, che ciò che è stato fatto è stato fatto esattamente nella direzione etico/politica della Cina, vale a dire, pur con tutte le differenze che ci qualificano, nella direzione della restrizione delle libertà personali e della cura per tutti, allestendo con sapienza il focus sul contagio, più che sul malato e sul triage.

             Per ora, quindi, non ci rimane che restare a casa; rispettando, con la fiducia del buon cittadino, sedule e responsabile, le limitazioni della libertà personale che lo Stato italiano ci ha malvolentieri imposto.

             Sia chiaro, però, che da questo momento, sgorgheranno, per tutti, sets di interrogativi ed esperienze esistenziali di non poco conto, che, al contrario di quanto profuso nei riguardi del virus, dobbiamo avere la freddezza di analizzare in anticipo in vista dei prossimi sviluppi.  

             La prima esperienza, che potremmo definire interna, sarà quella psicologica che si presenterà (tanto per menzionare in uno slancio di ottimismo le sole opportunità, coscienti dell’allarme che si annida dietro le convivenze violente e dietro le molte difficoltà domestiche) sul versante di una più compiuta e raccolta riflessione sulla convivenza, o meglio, per dirla con Lingiardi, perla rara del mondo della psicanalisi non solo italiana, delle convivenze – declinate al plurale. Non solo, dunque, quelle che sperimentiamo nella nostra quotidianità nei rapporti con l’altro; ma persino quelle che il raccoglimento, la lentezza, il silenzio, la vicinanza, ci permettono di sperimentare con noi stessi, scoprendo territori e paesaggi intrapsichici, cioè autentici mindscapes del nostro sé, o dei nostri sé, direbbe ancora Lingiardi, lasciati a lungo in sordina a causa del troppo rumore.

             E proprio per quanto concerne le convivenze, sarebbe appena il caso di invitare a mantenere alta l’attenzione nei riguardi degli ospedali, vera cartina di tornasole dell’emergenza, adottando, se del caso, ogni più rigorosa misura idonea a tutelare le persone più vulnerabili, ed evitando di dividersi tra imperterriti ipocondriaci che ne vorrebbero affollati i corridoi, e gaudenti claustrofobici che continuano, noncuranti del rischio, a reclamare l’ora d’aria per il cane.

             L’evento riverbererà poi la sua importanza pure su un altro, e forse più delicato registro, quello politico, giuridico-economico e finanziario.

             Nel movimento della vita, infatti, si muoverà insieme la legge, ricordiamo che ubi societas ibi ius, e nella mutevolezza delle abitudini e dei costumi, muteranno non soltanto le architetture positive e ordinamentali, ma vieppiù i dispostivi di forza e di comando ad esse sottesi, vale a dire le Leggi della legge.      

             Pure sotto il menzionato angolo visuale, l’augurio è che si possa privilegiare l’aristotelica phronesis evitando tifoserie da stadio (per giunta chiusi) tra chi inneggia al diritto/dovere alla mascherina, magari da introdurre subito in Costituzione, e chi punta alla più fanatica disobbedienza civile.

             Scongiurare ciclotimie da rimbalzo, ed ipertrofie normative, privilegiando poche cose, ma fatte bene, e non «poche e ben confuse» – direbbe Flaiano (come pure sta emergendo dai primi interventi) sarebbe già un ottimo risultato per tutti.

             Occorrerà, infine, avere l’accortezza di non recingere il Covid19 soltanto nell’area del «sanitario rilevante», per interpretarlo quale ulteriore, e come non mai, insidioso vettore biopolitico per i venturi assetti ed equilibri spaziali e geoeconomici, in modo da osservare, ante litteram e «da fuori», esclamerebbe Esposito, (in un mondo che non ci ama e non lo sa) i giusti posizionamenti su una prevedibile e rinnovata supply chain giuridico/finanziaria globale, se è vero come è vero, che, a dispetto dei nazionalismi à la carte, non ritorneranno i nostalgici confini modello anni ’30, e non riemergeranno i vecchi paradigmi vestfaliani, «funesta illusione» per l’acume di Marramao, ma si muoveranno (pena la fine) nuove e inaspettate aperture che andranno con tutta probabilità nella direzione di una accelerazione delle tanto auspicate e reclamate politiche di coesione, a maggior ragione ove si consideri che l’Europa («malato incurabile» secondo Nietzsche, con il «cuore inquieto e il destino incerto», per la geofilosofia di Cacciari) non ha per nulla dimostrato, finanche ora, di asseverare i medesimi modelli di intervento politico e di azione sanitaria contro il virus – per non dire della sua banca, che, nella persona della sig.ra Lagarde, si è lasciata sfuggire alcune previsioni che solo nell’orecchio dell’ingenuo sono suonate come una gaffe.

             A siffatte politiche faranno da «sismologico» controcanto, però, più che mai a principiare da ora, le nuove alleanze strategiche che puntelleremo nella futura cartografia globale in vista del superamento dell’odierno decoupling Cina/Ovest la cui evoluzione, in apparenza incerta, obbligherà in prosieguo a rivedere, forse, la narrazione standard e le gerarchie analitiche tradizionali che privilegiano un plurisecolare cammino europeo verso il dominio del mondo.

             Un decoupling, quindi, tutto di matrice economica, cui fa da contraltare quel connubio indissolubile e irriducibile, invece, di contingenza e necessità che pur sempre ci rassicura del fatto che ogni individuo è e resta un «organo del proprio secolo» come afferma Goethe, e che la filosofia è stata ed è niente di più che «il proprio tempo appresso in pensieri» secondo l’insuperato Hegel, ragione per la quale quasi mai è dato comprendere, a chi ne è protagonista, le faglie del proprio presente visto che la nottola di Minerva spicca il volo solo al far della sera.

             Lo stesso Hegel ci ha insegnato, tuttavia, che «l’aumento quantitativo di un certo fenomeno determina altresì una modifica qualitativa dello scenario nel quale si manifesta», per cui viste le evidenze, un cambiamento pur sarà inevitabile.

             Proprio in considerazione di tale conclusiva riflessione, dovremo vivere i giorni a venire nel solco di una più matura consapevolezza, sapendo che l’epidemia (11 marzo u.s. pandemia) è non solo una oggettiva preoccupazione per la salute del globo, quanto inoltre, e più in generale, un test politico (altrettanto diffuso su vasta scala) che i duellanti del teatro del potere, se non cambieranno passo e non domeranno i venti selvaggi della nostra epoca, si continueranno a somministrare senza esclusioni di colpi, maneggiando lo scettro del potere con la consueta leggerezza di sempre, magari, anche questa volta, inebriati dalla contemplazione eraclitea secondo cui polemos è «padre di tutte le cose», quel polemos universale e terrificante, in nome del quale si sono giustificate le violenze più inaudite, e in forza del quale, impunemente, si potrà continuare a fomentare qualunque sciocchezza – soprattutto la morte.

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