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Next Generation Europe, Piano di Rilancio e Innovazione nel Mezzogiorno

L’economia del Mezzogiorno è messa a dura prova dalla crisi connessa all’emergenza Covid-19 con gravi ripercussioni sociali e con effetti particolarmente preoccupanti data la situazione di strutturale debolezza del tessuto economico, istituzionale e sociale. Le previsioni per il 2021 segnalano forti criticità. La gran parte delle regioni meridionali registreranno il prossimo anno al più una crescita dell’1,5%. Si tratta di segnali allarmanti di isolamento rispetto alle dinamiche di ripresa esterne, conseguenza della persistente dipendenza dalla domanda interna e dai flussi di spesa pubblica.

Il Piano di Rilancio è dunque una grande occasione. Per questo è necessario un disegno strategico che travalichi l’emergenza e apra la strada ad un Mezzogiorno più competitivo, aperto al cambiamento, con più occupazione e capace di integrare tutte le sue componenti economiche e sociali in un ambiente sostenibile e sicuro. Un territorio che sia in grado di offrire opportunità ai neo imprenditori e di rilanciare le piccole e grandi infrastrutture.

Questa strada passa attraverso un cambiamento di prospettiva radicale soprattutto per quel che riguarda l’azione pubblica che deve individuare nell’impresa il pilastro su cui costruire duraturi processi di sviluppo. Solo dove ci sono tante imprese competitive ci può essere un territorio coeso, capace di fornire servizi di qualità ai suoi cittadini e di attrarre intelligenze, capitali ed energie dall’esterno.

Per non continuare ad essere gli ultimi della classe, bisogna dare ossigeno all’economia facendo ripartire immediatamente la domanda pubblica, tagliando i vincoli burocratici, evitando di cadere nella spirale dei provvedimenti per tamponare l’emergenza senza individuare i settori e le filiere su cui concentrare le risorse per i prossimi anni.

Il Piano di Rilancio deve sostenere e fertilizzare i punti di forza delle imprese e affrontarne i punti di debolezza, quali: la loro dimensione, il loro livello di innovazione e apertura ai mercati, la loro struttura manageriale, le competenze della loro forza lavoro, l’ecosistema amministrativo, finanziario e dei servizi con cui devono confrontarsi, la dotazione e la qualità delle infrastrutture materiali ed immateriali che permettono a queste imprese di far viaggiare merci e dati.

L’impresa è dunque lo strumento indispensabile per il raggiungimento di obiettivi strategici di rilancio così come è la protagonista di tutte le sfide della coesione. Può essere, a tutti gli effetti, il cardine della nuova fase di rilancio se saranno concentrate su di essa le misure necessarie. Si tratta, in buona sostanza, di aiutare le imprese a diventare più grandi, più robuste, più innovative, più aperte, più dense di competenze e di intelligenza applicata, e di rendere il territorio che le accoglie più capace di sostenere lo sforzo competitivo.

Se è fondamentale avere chiare le strategie e la visione, diventa di straordinaria importanza poter disporre di piani di azione concreti, mirati verso obiettivi riconoscibili, immediatamente attuabili e costruiti con un forte dialogo con gli attori rilevanti. L’esperienza ci insegna che strategie eccellenti e disegni programmatici ben costruiti, purtroppo, sono stati vanificati dalla debolezza dei sistemi regionali che troppo spesso si sono dimostrati non adeguati ai compiti loro assegnati.

È cruciale ottenere velocemente risultati, ma cominciando a costruire un modello di sviluppo di lungo periodo più sostenibile. Serve una forte coerenza fra obiettivi congiunturali e strutturali, fra le iniziative del Piano di Rilancio e le politiche ordinarie, di spesa in conto capitale e corrente.

Il Sud deve avere un ruolo molto importante nel Piano di Rilancio, coerentemente con gli scenari del Piano Sud 2030. Non solo per motivi di equità, ma anche perché è la riserva di crescita dell’Italia, perché dispone delle maggiori quantità di risorse inutilizzate, in particolare umane; che oggi non producono valore per la comunità nazionale.

Per garantire una ripresa sostenibile e resiliente, capace di creare posti di lavoro e di riparare i danni immediati causati dalla pandemia di COVID-19, sostenendo nel contempo le priorità verdi, è indispensabile che il Piano di rilancio metta al primo posto la promozione della ricerca, dell’innovazione e la trasformazione digitale.

La trasformazione digitale ha effetti su tutti i settori dell’economia oltre ad incidere profondamente sul nostro modo di vivere, lavorare e comunicare. Gli investimenti nelle capacità e nelle infrastrutture digitali strategiche, il miglioramento delle competenze e la modernizzazione dell’interazione tra i governi e i cittadini saranno alla base della prosperità futura, come peraltro ribadito nel Programma Europa Digitale. I settori chiave che saranno alla base della trasformazione digitale dell’economia e della società nei prossimi dieci anni almeno sono rappresentati dal calcolo avanzato e dalla gestione dei dati, dalla cibersicurezza e dall’intelligenza artificiale.

Solo riconoscendo dunque il ruolo cruciale della trasformazione digitale e dell’innovazione tecnologica per la ripartenza economica si potrà trarre pieno beneficio dalle misure introdotte al momento e in futuro per la ripartenza. Non a caso dotarsi di una strategia per il digitale è tra le condizioni poste dalla UE per accedere ai fondi di Next Generation Europe.

Una politica industriale per la ricerca e il digitale deve avere un approccio a sistema, dove iniziative, obiettivi e risultati siano condivisi e coordinati tra tutti gli operatori, coinvolti in modo trasversale e univoco. E’ necessario non solo mettere in campo risorse significative ma anche definire traguardi oggettivi sia lato domanda presso le imprese, le amministrazioni pubbliche, la scuola, la sanità, sia lato offerta attraverso lo sviluppo dell’industria digitale.

Intensità e qualità della ripresa dipendono molto dalle infrastrutture e dalla digitalizzazione delle Amministrazioni Pubbliche. Sulla digitalizzazione della PA un primo passo importante è stato fatto con il Fondo per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione della PA di 50 milioni di euro istituito con il decreto Rilancio. Ora occorre dare alla PA la possibilità di contare su nuove gare di minor complessità e durata, su una governance più coordinata e su progettualità utili a ricuperare i ritardi di interoperabilità tra Amministrazioni.

L’emergenza ha in sé accelerato processi di digitalizzazione. È auspicabile che questo sia l’inizio di una serie di avanzamenti che il nostro sistema sanitario renda strutturali, soprattutto per l’incidenza sui processi legati alla previsione di un’emergenza sanitaria, quali lo “scambio di dati clinici” tra ospedali e medici in via telematica. Il tema della centralità dei dati è fondamentale nella gestione di una epidemia sia sul versante organizzativo che su quello del monitoring&alerting system. Come peraltro ribadito nel Documento “Iniziative per il rilancio – Italia 2020-2022”, diventa indispensabile una revisione organica dei processi sanitari incentrata sul paradigma health in all ovvero sull’interconnessione di tutti i dati sanitari, sociali e ambientali, superando il Fascicolo Sanitario Elettronico e convergendo vero il Digital Twin.

In un’ottica più di lungo periodo, dopo anni di tagli di spesa, serve una ripartenza rapida e diffusa degli investimenti, a partire da quelli per la trasformazione digitale, nel quadro di una visione strategica condivisa e dell’interoperabilità dei sistemi sanitari.

In combinazione con le misure per lo sviluppo della domanda, occorre sviluppare e potenziare il sostegno al settore ICT. Le economie con cui ci confrontiamo sostengono da tempo la R&S in ambito high-tech e continuano a investire molto per sostenere il settore ICT anche durante la crisi post pandemia. Da circa un decennio la spesa R&S del settore ICT non è aumentata, restando in Italia attorno ai 2,2 miliardi di euro l’anno e per oltre l’80% autofinanziati dalle imprese. Il quadro è migliorato con il Decreto Rilancio, che ha raddoppiato i fondi a sostegno di ricerca e innovazione e le detrazioni a sostegno delle startup high-tech, con una particolare attenzione al Mezzogiorno. Sono misure apprezzabili che danno molta fiducia alle imprese. E’ oltremodo evidente che per restare competitivi servono nel medio periodo maggiori risorse e un approccio strategico condiviso tra sistema delle imprese del settore ICT, MIUR, MISE e Regioni per rimettere la ricerca e l’innovazione al centro di una politica industriale vera e propria per il settore ICT.

In questo ambito è determinante per le PMI poter contare su risorse da finalizzare: i) all’acquisto di servizi per la digitalizzazione dei processi, per rafforzare le capacità di base nell’intelligenza artificiale (risorse dati e archivi di algoritmi di AI), per l’innovazione tecnologica, strategica, organizzativa e commerciale, anche in ottica Industria 4.0, per la cibersicurezza, per il rafforzamento delle competenze digitali avanzate; ii) su progetti di innovazione per lo sviluppo di prodotti, prototipi e soluzioni innovative, superando il finanziamento a pioggia della ricerca, concentrandola nel premio a chi ottiene migliori risultati e maggior trasferimento tecnologico. Allo stesso tempo è necessario investire in programmi pluriennali per la creazione e il rafforzamento di start-up negli ambiti del turismo, biomedicale, economia circolare, digitale;

Una ulteriore area di intervento è rappresentata dalla formazione di competenze ICT avanzate. La spinta alla digitalizzazione richiede nuove competenze e profili altamente specialistici in ambiti di punta quali AI, Big Data, Blockchain, Cloud Computing, IoT, Robotica. E’ urgente ridurre il gap di competenze che interessa migliaia di posizioni e che limita la competitività delle imprese meridionali

Bisogna mettere in atto infine misure che fanno leva su alcuni driver della cosiddetta “InnovaBility” (innovation + sustainability), in una visione strategica di lungo periodo. Si fa riferimento in primo luogo alla life sciences e ai nuovi paradigmi dell’economia circolare dettati dal Green New Deal.

In tale scenario, uno degli auspicabili cambiamenti culturali che resteranno a conclusione della pandemia sarà l’attenzione all’innovazione responsabile nei nostri modelli di vita. Nuove forme di interazione sociale e produzione di beni e servizi basate su investimenti in Innovazione che possano stimolare una crescita responsabile, collegati in modo diretto o indiretto all’uso di Information & Communication Technologies (ICT) per uno sviluppo maggiormente sostenibile. Da questo punto di vista, sarebbe fortemente auspicabile che parte degli stanziamenti mobilitati per combattere il coronavirus e la successiva ricostruzione economica fossero destinati a investimenti urgenti per stimolare l’Innovazione, specialmente proteggendo ed incentivando le micro / piccole e medie imprese (PMI) vitali per il nostro tessuto produttivo, protagoniste indiscusse di open innovation ma minacciate dai rischi di esistenza stessa per via delle posizioni dominanti dei grandi gruppi.

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