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Global Biodiversity Framework: il traguardo della COP 15 per arrestare la perdita della biodiversità

La COP 15 è la XV edizione della  Conferenza delle Nazioni Unite sulla biodiversità il cui scopo è di raggiungere un accordo quadro sulla biodiversità sul modello dell’Accordo di Parigi del 2015 sul cambiamento climatico

Alle 3 e mezza del 19 dicembre 2022, dopo una trattativa finale durata più di due settimane, ma soprattutto dopo almeno quattro anni di negoziati e due anni di rinvii causati dalla pandemia, si è finalmente giunti a Montréal, in Canada, all’adozione del nuovo Global Biodiversity Framework (GBF).

Il ministro dell’ecologia e dell’ambiente cinese Huang Runqiu, presidente della COP15, ha infatti dichiarato che l’accordo, firmato all’unanimità dai 196 membri delle Nazioni Unite, si impegna a ridurre drasticamente la perdita di biodiversità entro il 2030 attraverso l’adozione di un insieme di misure composte da 4 goal (validi fino al 2050) e 23 target (contenenti i traguardi da raggiungere entro il 2030).

In particolare, la Sezione F del GBF (Section F – 2050 Vision and 2030 Mission) dichiara: “La visione del quadro è un mondo in cui vivere in armonia con la natura in cui entro il 2050, la biodiversità è valorizzata, conservata, ripristinata e saggiamente utilizzata, mantenendo i servizi ecosistemici, sostenendo un pianeta sano e offrendo benefici essenziali per tutte le persone“………. “La missione del quadro per il periodo fino al 2030, verso la visione del 2050 è intraprendere azioni urgenti per arrestare e invertire la perdita di biodiversità per mettere la natura sulla strada del recupero a beneficio delle persone e del pianeta conservando e utilizzando in modo sostenibile la biodiversità e garantendo la giusta ed equa condivisione dei benefici derivanti dall’uso delle risorse genetiche, fornendo al contempo i necessari mezzi di attuazione”.

Il Goal A riguarda l’integrità, la connettività e la resilienza di tutti gli ecosistemi, stabilendo che le estinzioni causate dall’uomo dovranno essere azzerate entro il 2050, e dovrà essere ridotto di 10 volte il numero di specie minacciate da attività antropiche. Inoltre deve essere mantenuta la diversità genetica delle specie selvatiche salvaguardando il loro potenziale adattativo.

Il Goal B riguarda i contributi della natura alle persone ed i servizi che gli ecosistemi forniscono agli uomini: essi devono essere mantenuti, migliorati e ripristinati se in declino, a beneficio delle generazioni presenti e future entro il 2050.

Il Goal C riguarda l’utilizzo delle risorse genetiche. Esso mira a regolamentarle garantendo che i benefici derivanti vengano utilizzati anche tra le popolazioni indigene e le comunità locali. Si ricorda infatti che fra le risorse genetiche è inclusa quella dei microrganismi, le cui banche dati vengono utilizzate nella ricerca scientifica, compresi gli studi sulle pandemie.

Il Goal D riguarda la cooperazione, il trasferimento di tecnologie e le risorse finanziarie: entro il 2050 queste ultime dovranno ammontare a 700 miliardi di dollari l’anno e dovranno essere accessibili a tutte le parti, soprattutto ai Paesi in via di sviluppo ed ai Paesi con economie in transizione.

Se da un punto di vista operativo i negoziati sono proseguiti in un clima di consenso generale, non altrettanto è avvenuto sul tema dei finanziamenti.

Infatti lo scontro si è acceso nel momento in cui da un lato alcuni Paesi (UE, Regno Unito, USA, etc) gridavano al successo proponendo misure forti per la protezione della biodiversità, altri Paesi (latino-americani, africani, asiatici, etc) sottolineavano l’impossibilità di adottare tali misure senza un concreto e ingente sostegno economico. Questo ed altri motivi, anche di natura procedurale ed operativa, hanno fatto si che alcuni paesi africani, come il Camerun, l’Uganda ed il Congo, pur firmando, si sono dichiarati non favorevoli all’accordo. Essi, infatti, ritengono che i fondi attualmente messi a disposizione non tengono conto di particolari esigenze dei Paesi in via di sviluppo, per i quali sarebbe necessario un fondo dedicato pari a 100 miliardi di dollari l’anno, indipendente dal già esistente Global Environmental Facility (GEF).

Senza nulla togliere ad un accordo da molti definito “il più ambizioso piano globale mai sviluppato per la biodiversità”, probabilmente andrebbero maggiormente ascoltate e rispettate tali richieste.

Un caso esemplare è quello della Repubblica Democratica del Congo che, a seguito di tale accordo, non potrà più sfruttare le risorse naturali sottostanti la foresta pluviale: è indiscutibile il fatto che la seconda più grande foresta pluviale del mondo vada protetta, ma è altrettanto lecito che alcuni membri reclamino un fondo dedicato ai paesi dove si trovano gli ecosistemi da conservare e quindi impossibilitati ad utilizzare alcune delle loro risorse.

Inoltre, come afferma Guillaume Kalonji, attivista della Repubblica democratica del Congoi governi che finanziano le compagnie dei combustibili fossili che distruggono il pianeta sono gli stessi che siedono al tavolo dei negoziati per salvarlo”.

Sicuramente un grande risultato in questa direzione si ottiene dal Target 18 del GBF che prevede la riduzione di 500 miliardi di dollari annuali ad attività che danneggiano la biodiversità entro il 2030, a partire dagli incentivi più dannosi.

A seguire, il Target 19 prevede la mobilitazione di 200 miliardi di dollari l’anno entro il 2030: i Paesi ricchi dovranno portare i loro aiuti internazionali a 20 miliardi annui entro il 2025 e a 30 miliardi annui entro il 2030.

Toccherà alla Cop16, prevista in Turchia alla fine del 2024, stabilire se gli Stati si stanno effettivamente adoperando per raggiungere gli obiettivi suddetti.

 

 

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