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Grazie al Pnrr, un’evoluzione del pensiero per la transizione ecologica ?

Lo straordinario contesto socio-economico globale che ha definito la genesi e l’architettura del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha trasfuso buona parte della propria irripetibilità nel termine Transizione, volendo con esso sottolineare la necessità di sviluppo e modernizzazione che il sistema Paese Italia non può più rimandare e, probabilmente, anche la speranza che ciò nei fatti accada.

E così, abbandonata la denominazione forse troppo statica (chissà poi per chi?) di “Ministero per la Tutela dell’Ambiente, del Territorio e del Mare” in favore di un più lungimirante e auspicabile “Ministero della Transizione Ecologica”, ecco che anche la Missione n. 2 del PNRR, assegnataria della maggiore quota (59,47 miliardi di euro) dei fondi complessivi (222,1 miliardi di euro), è stata dedicata alla “Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica”.

La portata economica e storica che accompagna il PNRR e la Missione n. 2 è innegabile, sebbene il potenziale cambiamento che potrebbe verificarsi, se tutto fosse attuato come descritto, sia fuori dalla portata d’immaginazione di molti. E forse molto diverso da quelle iniziative e politiche che di green hanno più ideologia che futuribilità.

Volendo focalizzarsi solo sulla quota di risorse che la Missione n. 2 assegna alla Componente n. 1 “Economia Circolare e Agricoltura Sostenibile” si potrebbe incorrere nell’errore di sottovalutare la portata del mutamento connessa ai 2,10 miliardi di euro (addirittura inferiori all’ 1% delle risorse dell’intero PNRR) allocati per “migliorare la capacità di gestione efficiente e sostenibile dei rifiuti e il paradigma dell’economia circolare”, anziché considerare quest’ambito d’intervento come un vero rivolgimento della struttura impiantistica e gestionale dei rifiuti su scala nazionale ma, ancor di più, della mentalità con cui la politica, l’opinione pubblica, ogni privato cittadino affronta e dovrà affrontare il tema del destino dei rifiuti.

Vera espressione della ricchezza e della capacità produttiva di un Paese, la generazione e la conseguente gestione dei rifiuti sono da sempre motivo di polarizzazione e arroccamento, perché chi li produce sarà spesso additato come il soggetto senza scrupoli pronto a disfarsene in spregio a tutto e tutti, oppure sarà egli stesso il cittadino insofferente a tutte le regole imposte dalla raccolta differenziata, oppure ancora chi li gestisce sarà il vero nemico di tutti i soggetti precedenti, senza scrupoli, senza regole ma di certo arricchitosi in spregio dell’Ambiente.

gestione dei rifiuti

In questo scenario che da anni divide il Paese in buoni e cattivi, senza che chi scrive abbia tuttavia mai compreso a fondo dove sia giusto sperare d’essere compresi, s’inserisce una Raccomandazione che il Consiglio dell’Unione Europea rivolgeva all’Italia il 20 luglio 2020, nel cui testo globalmente riferito al “programma nazionale di riforma 2020” s’inseriva quest’affermazione: “I deficit infrastrutturali nell’ambito della gestione delle risorse idriche e dei rifiuti, in particolare nelle regioni meridionali, generano un impatto ambientale e sanitario che comporta costi considerevoli e perdita di entrate per l’economia”.

I deficit infrastrutturali, la carenza cronica di impianti dedicati al recupero o allo smaltimento dei rifiuti, sono essi stessi – secondo il condivisibile parere del Consiglio Europeo – la fonte di un impatto ambientale e sanitario, nonché di costi e perdite di entrate per l’economia: un effetto domino francamente inquietante cui, auspicabilmente, pare non contrapporsi più la dottrina dei rifiuti zero, caduta dagli onori delle cronache nazionali per rimanere un modus vivendi che il singolo potrà anelare senza che ciò rischi di essere un fanta-indirizzo per la politica e il Governo.

Si potrebbe a questo punto ritenere che il percorso sia lineare: una Raccomandazione, un conclamato deficit infrastrutturale, e ingenti risorse allocate per la risoluzione. Eppure si peccherebbe di semplicismo se non si tenesse in debito conto il fattore NIMBY – Not In My Backyard – che stritola da decenni la fattibilità di progetti e ultimamente regola anche le derive del consenso politico.

NIMBY, ossia l’elemento ideologico che condiziona l’opinione di buona parte delle popolazioni che vivono in aree prossime a insediamenti destinati alla gestione dei rifiuti e che spesso hanno davvero sofferto costi umani insopportabili per effetto di decisioni calate dall’alto (eventualmente con l’avallo di condizioni emergenziali), nonché per effetto di soggetti gestori poco controllati o davvero poco avvezzi al bilancio fra economia e rispetto dell’ambiente, o ancora per la sfiducia connessa alle quotidiane vicende giudiziarie.

Tutto questo ha determinato una sostanziale immobilità che oggi la Componente n. 1 della Missione n. 2 del PNRR cerca di smuovere, di rivoluzionare. Perché effettivamente di rivoluzione si tratta, rivoluzione del pensiero e delle tecnologie, ma anche dei processi decisionali sottesi alla pianificazione e alla localizzazione dei nuovi e necessari insediamenti.

I fondi del PNRR sono dunque un mezzo per incentivare una rivoluzione culturale oltre che tecnologica, la quale potrà presumibilmente avere luogo solo mediante una risoluta applicazione dei piani infrastrutturali strategici che da oggi potrà giovarsi anche delle recenti disposizioni normative in tema di coinvolgimento di chiunque abbia interesse nei processi di Valutazione d’Impatto Ambientale dei singoli progetti.

impianti infrastrutture

Il Decreto Legge 31 maggio 2021, n. 77 recante “Governance del Piano nazionale di rilancio e resilienza e prime misure di rafforzamento delle strutture amministrative e di accelerazione e snellimento delle procedure” ha, infatti, introdotto con l’art. 21 una modifica al vigente Testo Unico Ambientale concernente il “Procedimento di VIA e consultazione del pubblico”, definendo la cornice temporale e procedurale per garantire a “chiunque abbia interesse” l’espressione di osservazioni circa i progetti assoggettati a Valutazione d’Impatto Ambientale e il relativo processo di riscontro.

È un primo inizio utile per legittimare, inquadrandole, le obiezioni che fino a oggi sono state assimilate a un mero intralcio per l’esecuzione dei progetti o, più spesso, per la discussione e l’autorizzazione preliminare all’effettiva realizzazione.

Se questo nucleo di collaborazione fattiva fra soggetto proponente e territorio funzionasse, potrebbe davvero essere il punto d’inizio per una evoluzione del modo d’intendere l’insediamento infrastrutturale destinato alla gestione dei rifiuti, mutandolo da sciagura a elemento comune del paesaggio e della comunità.

Vengono in mente casi emblematici dove questa evoluzione ha avuto i suoi frutti addirittura trasformando le installazioni in attrazioni turistiche, dal termovalorizzatore in pieno centro di Vienna esteriormente curato nei dettagli architettonici per integrarsi nel contesto urbano, fino all’analogo di Copenaghen dove c’è chi ha pensato che realizzare una pista da sci con neve artificiale sul tetto avrebbe reso meno inviso l’effetto finale. E in entrambi i casi è stato un successo.

Qui basterebbe di certo molto meno, basterebbe innanzitutto una comunicazione chiara sulla tecnologia, sui sistemi di sicurezza, sui controlli per evitare mobilitazioni di massa che d’altro canto, duole osservare, non avvengono quando ogni giorno svariate centinaia di camion partono con i loro motori diesel dalle regioni del Mezzogiorno per portare altrove – al Nord, all’estero – i rifiuti che qui non avremmo dove gestire.

Costi di trasporto che ricadono sulle tariffe che ogni cittadino è tenuto a pagare, costi ambientali per un massivo e continuativo trasporto su gomma, costi sanitari per la bonifica e la sanificazione di tutte le aree urbane, o peggio agricole, dove i rifiuti si accumulano in putrefazione. Questi sono solo alcuni esempi pratici di ciò che materialmente traduce l’immobilismo nazionale nella Raccomandazione espressa dal Consiglio Europeo.

Confidiamo che la Missione n. 2 del PNRR realizzi senza indugi questo processo storico di cambiamento per il conseguimento di autosufficienza e circolarità del ciclo di gestione dei rifiuti e che tutti i termini di recente entrati nel quotidiano – Transizione Ecologica, Rivoluzione Verde – abbiano vera sostanza e siano reali in ogni livello della società e della politica, affinché evolva non solo la dotazione impiantistica ma soprattutto il pensiero critico, mai prevenuto, che ne dovrà accompagnare l’attuazione.

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